
Negli ultimi anni l’aspettativa di vita si è continuamente allungata: nell’epoca attuale una persona si può definire “anziana” quando supera i 75 anni; ma senza legarsi a confini numerici, ciò che determina veramente lo status sociale tra l’essere e il non essere anziano non è qualcosa di quantificabile piuttosto dipende dal sentire, dalla maniera in cui si vive in un determinato periodo di vita. C’è un punto fino al quale si sente il tempo che passa e si cerca di goderselo, poi lo si sente inesorabilmente che si riduce sempre di più. Il rischio più grande è la malattia della mente prima di quella del corpo: affrontare la solitudine in età anziana può comportare l’assenza di stimoli, desideri e aspettative, per lasciarsi cadere inesorabili verso una condizione depressiva, in cui la mente si annulla e lo sguardo è sempre più perso verso un infinito vuoto, che va ad incidere non solo su sé stessi ma nella vita di tutti coloro che si occupano del paziente anziano. Il rischio di isolamento sociale del resto è ben presente anche in una Rsa con tanti ospiti. Il benessere mentale degli anziani passa anche da noi educatori ed operatori che siamo chiamati dare contenuti al tempo che resta loro da vivere. Troppi anziani istituzionalizzati vivono in assenza di motivazioni e questa condizione genera sofferenza e depressione. Molto importante è imparare ad ascoltare. vicino a noi ci sono anziani che hanno vissuto una vita degna dei migliori libri di avventura se hai pazienza e spirito di narrazione cimentati nella scrittura e diventa l’autore delle loro storie di vita. Riattivare i legami, valorizzare e tramandare la memoria storica del luogo è un buon modo per creare ponti tra le generazioni e trarre spunto per vivere meglio. Importante anche promuovere le attività ricreative che devono partire dalla ricerca dei loro bisogni.