
L’invecchiamento è considerato un processo complesso, in cui diversi fattori, fisici, psicologici e sociali, interagiscono fra di loro affinché vengano a crearsi tali ramificazioni, complesse e particolari. Per dimostrare che questo “è un processo altamente individualizzato”, Birren e Schroots nel 1996 distinguono l’invecchiamento in, invecchiamento primario, secondario, terziario e differenziato. L’invecchiamento primario è il cambiamento che ogni persona va incontro immancabilmente. Nel 1969 Busse definì l’invecchiamento primario come quel cambiamento inevitabile per ogni essere umano, caratterizzato dalla perdita di velocità nell’elaborare le informazioni e le risposte di azione, dal rallentamento dell’intelligenza fluida, dall’aumento dell’intelligenza cristallizzata, caratterizzata da un aumento delle competenze verbali e dalla stabilità di alcuni tratti della personalità. Come sostenuto da Birren e Fisher (1993), uno dei marcatori più significativi che sottolineano il lento decadimento dell’organismo è la lentezza di azione, anche qualora venga mantenuto un cervello sano. L’invecchiamento secondario è considerato patologico, in quanto viene presa in considerazione la malattia, associata all’età, la quale può essere curata con successo, o qualora ciò sia inevitabile, rallentarne gli effetti negativi. L’invecchiamento terziario si riferisce al declino rapido e irreversibile dell’organismo, in quanto connesso all’ipotesi del declino terminale, e quindi indipendente dall’età cronologica. Per tale motivo, l’invecchiamento non viene misurato come distanza dalla nascita, ma dalla morte. L’invecchiamento differenziale si riferisce proprio al concetto di individualizzazione, in quanto, non essendo possibile individuare le diverse variabili che determinano tali cambiamenti, possiamo considerare l’invecchiamento differenziale come l’insieme fra l’invecchiamento primario, secondario e terziario, analizzati dal punto di vista biologico, cognitivo e della personalità.