La vecchiaia è una fase ricca di cambiamenti funzionali anche positivi

La vecchiaia non è solo l’esito finale e negativo della vita, ma anche una fase ricca di cambiamenti funzionali anche positivi. Questi sono favorevoli all’adattamento e possono determinare lo sviluppo di nuove potenzialità, queste capacità, talvolta silenti o non espresse a pieno durante la vita, sono state acquisite nel tempo e caratterizzano le conoscenze e l’intelligenza cristallizzata dell’individuo. Esse possono spiegare mutamenti sani della personalità nel corso della vita; hanno una funzione adattiva e consentono all’ anziano di “riaggiustarsi” sulla base delle sue nuove possibilità e limiti dettati dall’età e dai cambiamenti ad essa associati. È possibile, ad esempio, assistere nell’anziano ad una riduzione delle relazioni amicali o degli investimenti sociali, secondo un fenomeno sano e normale di “potatura relazionale” che garantisce una più idonea gestione delle relazioni; come indicato dalla “Teoria selettiva socio-emotiva” l’anziano regolerebbe in maniera più sofisticata le emozioni alla luce del “limite temporale” imposto dalla vita (Carstensen, 2006, cit. in De Beni, 2009). Da una parte è possibile dunque interpretare il processo d’invecchiamento secondo una visione biologista per cui a livello cognitivo e organico la terza età coincide con un graduale decadimento delle funzioni generali dell’individuo che può giustificare mutamenti della personalità di natura patologica. In questa ottica è possibile attendersi un’evoluzione patologica inversamente proporzionale al coefficiente di longevità. Al contrario, in una visione più complessa e psicologica è possibile pensare alla vecchiaia come crescita di potenzialità e funzionalità adattive (Schroots, 1988), che giustificano cambiamenti di personalità sani e funzionali. I cambiamenti funzionali della terza età, infatti, seppur apparentemente tendenti ad una posizione di ritiro e disimpegno sociale, vanno di pari passo con l’acquisizione di nuovi ruoli più imperniati sull’intimità, sulla narrazione storica, sul ruolo di “saggio”, osservatore esterno della vita con un “distacco partecipe” (Callieri, 2008). Per questo motivo fondamentale è l’utilizzo di quella pratica che in psicologia e nelle attività educative – animative viene definita “Reminiscenza” . Si tratta attraverso immagini (vecchie fotografie) o la stimolazione da parte dell’operatore di far raccontare ai pazienti anziani le pagine più belle della storia della loro vita. Un esercizio che da una parte mantiene in allenamento la memoria a lungo termine e dall’altra stimola lo sviluppo di endorfine e in particolare di serotonina che è l’ormone della piacevolezza e della felicità.

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