Considerare la vecchiaia nella fase evolutiva della vita

I progressi della medicina e delle condizioni sociali di vita hanno allungato la vecchiaia e accresciuto il numero degli anziani, dall’altro il progresso tecnico che caratterizza la nostra cultura ha fatto del vecchio un incompetente, non più all’altezza dei tempi e quindi inutile. La saggezza a volte non dipende dagli anni ma da quella visione del mondo che nasce dalla consapevolezza che noi siamo irrimediabilmente mortali, per cui è opportuno se si è giovani, dimenticare di esserlo (cosa che di solito riesce in maniera abbastanza naturale), se si è vecchi dimenticare tutto, anche il fatto di essere stati giovani (cosa più difficile, ma anche di grande sollievo)» (Fonte chironeassociazione.it). Gli anziani vorrebbero non essere costretti a giocare in difesa, rifugiandosi nelle loro abitudini che diventano gli argini della loro sicurezza. Vorrebbero non morire anticipatamente di noia, di indifferenza, di tristezza perché è a loro impedito di esprimere quel potenziale emotivo che li rende ancora in grado di progettare. Questo aspetto psicologico noi educatori, operatori socio sanitari ed assistenziali che lavoriamo in Rsa lo avvertiamo sia all’ingresso di un nuovo paziente che nei momenti di importante decadimento cognitivo e/o fisico. Da parte nostre vorremmo che la progettazione di cui ancora sono capaci gli anziani non cadesse nell’indifferenza, non fosse interpretata come pura eccentricità. La vecchiaia quindi, prima di un decadimento biologico, è uno stile di vita imposto dagli altri che ai vecchi concedono uno spazio espressivo molto ridotto, oltrepassato il quale il vecchio o è giudicato trascurato, disordinato, sciatto, o ambizioso, vanitoso, ridicolo. Per i vecchi, infatti, vale la legge del tutto o nulla. Forse perché la prossimità alla morte, che ogni anziano segnala, attiva in ciascuno di noi quell’angoscia originaria, iscritta nel nostro destino di mortali, che non trova forma migliore d’esorcismo se non quella di scaricarsi sui vecchi che loro malgrado la rappresentano. Dalle osservazioni fino a qui fatte si può trarre l’ovvia conclusione che anche la fase “anziana” dell’esistenza individuale non solo ha un valore, ma che questo valore si inserisce in uno schema evolutivo, e quindi è un valore che deriva non solo da un rispetto “etico”. Mettere l’anzianità nella fase evolutiva della vita dell’uomo, sia sul piano del soggetto che su quello del gruppo, porta per prima cosa l’anziano a non cessare mai di fare progetti, o almeno di entrare nei progetti del gruppo in un modo critico e propositivo. D’altro canto stimola anche noi operatori del settore a mantenerci sempre aggiornati e a studiare nuove soluzioni per far sì che la terza e quarta età diventino a pieno titolo parte attiva della nostra società.

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