
L’invecchiamento determina una serie di cambiamenti a livello fisico-sensoriale, cognitivo, sociale ed emotivo-motivazionale oltre che una forte eterogeneità: non tutti gli anziani sono infatti uguali, ma vi è una notevole variabilità determinata dalle esperienze di vita, dalle opportunità educative avute, dal contesto familiare, dal tipo di lavoro svolto (De Beni & Borella, 2015). L’invecchiamento è, dunque, un fenomeno multidimensionale. La risposta dell’anziano sano alla diminuzione dei propri ambiti di efficacia, spiegata dalle normali perdite fisiologiche e sensoriali dettate dall’età, è delineata dal modello SOC (Baltes & Baltes, 1990) secondo cui l’individuo è in grado di mantenere un adeguato livello di funzionamento per mezzo di tre processi: la selezione, l’ottimizzazione e la compensazione. Tramite la selezione restringe il proprio campo d’azione individuando degli obiettivi prioritari, per mezzo dell’ottimizzazione investe le proprie energie e adopera le risorse disponibili per raggiungere gli obiettivi prefissati e infine tramite la compensazione mette in atto strategie volte ad arginare i deficit. Anche l’intelligenza subisce dei cambiamenti e in questo contesto è necessario far riferimento al modello bifattoriale dell’intelligenza di Horn e Cattell (1966), che distingue l’intelligenza fluida da quella cristallizzata. La prima, determinata biologicamente, è legata alla comprensione di nuovi dati, all’adattamento a nuove situazioni e problemi; la seconda, strettamente influenzate dalla cultura, è legata all’esperienza e alle conoscenze e capacità acquisite con essa. Questi due tipi di intelligenza nell’arco di vita seguono traiettorie ben distinte: la cristallizzata, misurata di solito con prove di vocabolario, rimane stabile con l’età, mentre la fluida, misurata con prove di ragionamento, tende a declinare. Per quanto riguarda le prestazioni mnestiche, gli effetti legati all’età non sono uniformi ma alcuni sistemi di memoria ne risentono più di altri (De Beni & Borella, 2015). I sistemi più compromessi risultano essere la memoria di lavoro, la memoria prospettica, la memoria a breve termine visuo-spaziale e la rievocazione episodica (in quanto richiede un accesso consapevole o controllato alle informazioni), mentre la memoria a lungo termine, esplicita e implicita, risulta preservata. Bopp e Verhaeghen (2005) in una analisi specifica hanno evidenziato che le differenze tra giovani e anziani sono più accentuate in prove di memoria di lavoro rispetto a prove di memoria a breve termine poiché queste ultime richiedono, rispetto alle prime, il solo mantenimento passivo delle informazioni. Quindi è fondamentale mantenere, come facciamo noi in Rsa la mente del paziente anziano sempre attiva ed in movimento.