Come gestire le ansie dei parenti

Il tempo della vecchiaia è un momento in cui le persone sono considerate a maggior rischio di sperimentare numerose perdite. La vecchiaia stessa è spesso definita come l’età delle perdite Ogni cambiamento, spostamento, trasloco rappresenta di per sé una perdita. Sono tutti momenti difficili che mettono a dura prova le capacità di adattamento e lo stesso equilibrio personale: lasciare un luogo certo e familiare per andare verso l’ignoto, magari denso di promesse, ma pur sempre sconosciuto. La perdita di autonomia funzionale, sia acuta che cronica, frequentemente mette in crisi il paziente che deve percorrere il cammino dell’adattamento e accettazione della nuova condizione. L’esperienza traumatica della perdita acuta dell’autonomia immerge la persona in una vita nuova e difficile, in cui si modificano improvvisamente i rapporti tra corpo, mente e il mondo. Sono i luoghi di cura gli spazi in cui spesso il malato si trova a scoprire e vivere la perdita della propria autonomia come qualcosa di irreversibile. L’intervento educativo con il paziente ricoverato in una Rsa come la nostra ha lo scopo di sostenere il processo psicologico dell’adattamento alla nuova condizione determinata dall’evento traumatico del cambio o l’adattamento alla cronicità. «L’accompagnare e il supportare l’adattamento alle perdite si concretizza nella creazione di spazi in cui sia possibile, per il paziente, affrontare e sviscerare le proprie angosce e tormenti, per poi ricostruire una nuova immagine di sé, più vicina alla nuova realtà che le mutate condizioni fisiche e relazionali hanno forzatamente determinato. Chi opera in ambito geriatrico non può tralasciare di considerare una patologia che spesso, erroneamente, viene fatta coincidere con la vecchiaia stessa: la demenza (perdita delle competenze cognitive)» (Fonte Elena Lucchi psicologa della terza età). Molte sono le situazioni di difficoltà tra i familiari dei pazienti nelle quali l’educatore esercita e il team di lavoro svolgono una funzione importante di confronto e supporto. Le conflittualità tra parenti dei pazienti non sono la patologia bensì la norma; attendersi dai familiari un accordo pacifico, condivisione di scelte, equa distribuzione di ruoli e fatiche è solo un’utopia che porta a formulare erronei giudizi di valore e, spesso, a frustrare le aspettative degli operatori. Gli operatori si devono muovere all’interno delle complesse dinamiche familiari, ma spesso non sono stati formati per farlo con destrezza o, nonostante la buona volontà, per indole caratteriale in taluni casi faticano. Gli stessi operatori lamentano la maggior fatica nella gestione della comunicazione con le famiglie piuttosto che con il paziente stesso. Il ruolo dello psicologo o dell’educatore può essere fondamentale nella formazione degli operatori alla tolleranza e alla gestione dei primi conflitti familiari sospendendo ogni giudizio e mantenendo un comportamento neutro.

 

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