
Il concetto di «anziano» sta mutando profondamente al punto che soltanto l’età anagrafica avvicina un sessantacinquenne di oggi a un sessantacinquenne di vent’anni fa. Tutto il resto, la sua definizione sociale, i suoi rapporti con il lavoro, con la famiglia e con l’ambiente esterno, le sue aspirazioni, la percezione che ha di sé stesso e che gli altri hanno di lui, è invece cambiato. E, soprattutto, sono aumentate le possibilità dell’anziano di rimanere più a lungo attivo e utile, di rinviare i tempi della pur inevitabile decadenza fisica. Nelle società contemporanee l’invecchiamento si presenta, insomma, come un processo carico di opportunità e, quel che più conta, ampiamente flessibile: dove cioè si può intervenire con successo, al fine di migliorarne sia l’evoluzione sia la stessa conclusione. Del resto, è facile accorgersene; lo stesso prolungamento della vita media ha già finito con il «posporre», con il prolungare molteplici altre funzioni sociali: dall’età scolare all’età pensionistica, da molte tradizionali malattie dell’invecchiamento Il problema fondamentale è naturalmente come e dove intervenire efficacemente in questo processo, al fine di cogliere le molte opportunità che sono oggi alla nostra portata. «Il tempo della vecchiaia si prolunga – scriveva qualche anno fa il filosofo Norberto Bobbio – Ma lasciate dire a me, che vivo in mezzo ai vecchi, cioè ai miei coetanei, che la vecchiaia non è sempre felice. La medicina ha fatto progressi enormi, e benefici, per quel che riguarda non solo l’allungamento della vita ma anche la diminuzione delle infermità tipiche della vecchiaia. Ma in molti casi la vita del vecchio è pura sopravvivenza, una lunga attesa della morte. Non è tanto un vivere quanto un non poter morire». Un concetto buio della vecchiaia, che evoca depressione e senso di solitudine, che tuttavia è un sentimento comune in parecchi anziani. Un punto che noi che operiamo in una Rsa, con pazienti anziani molto eterogenei ma accomunati da ciò che evidenziano come malcelato “senso di inutilità”, dobbiamo lavorare cercando di rendere gli ultimi anni della loro vita i più sereni e felici possibili. Gli strumenti che si estrinsecano in progettualità varie sono senza dubbio importanti, ma a monte di tutto ciò deve emergere un senso di umanità che non deve mai venire meno. La vicinanza al paziente anziano, facendogli comprendere che si può “fidare” di te perché a lei o lui ci tieni veramente è la chiave di volta per poter svolgere bene il nostro lavoro. Anche i pazienti affetti da gravi forme di demenza e decadimento cognitivo percepiscono questo senso di vicinanza ed è su questo aspetto che bisogna assolutamente puntare.