
Una fase della vecchiaia ed anche della vita è la morte. Se ne parla poco perché è un aspetto che molti tendono a rifuggere come spauracchio, anche tra gli operatori socio sanitari ed il personale socio sanitario di una Rsa per anziani. Spesso è un argomento tabù e fastidioso. Anche se si sa che i pazienti di una casa di riposo in quella realtà trascorrono gli ultimi anni della loro vita e che il loro percorso si conclude poi inevitabilmente con la morte, questo è un tema che, forse più dagli operatori che dagli anziani, è vissuto in maniera dolorosa. Parlare degli aspetti etici dell’assistenza di un anziano che sta arrivando al traguardo finale della sua vita significa primariamente evocare tre principi. Il primo è che l’anziano morente è una persona che deve essere aiutata ad affrontare un momento drammatico della vita, nella convinzione che la vita umana conserva integralmente il suo valore anche quando le condizioni fisiche tendono a deteriorarsi. In questo cammino il paziente è ancora vivo, soffre, esprime emozioni e paure, ha bisogni reali, materiali, relazionali, religiosi. Il secondo principio è la formazione professionale degli operatori sanitari. Le facoltà mediche e tutte le altre scuole per operatori professionali destinati ad operare in ambito sanitario danno ancora oggi limitata importanza alla necessità di preparare i loro studenti ad un lavoro assistenziale a contatto quotidiano con la sofferenza e la morte. Il terzo principio è che le stesse cure assistenziali e terapeutiche possono presentare degli aspetti ambivalenti, ricordando che già la domanda della scienza medica di fronte alla morte rimane segnata anch’essa dal limite. «Rispettare l’uomo nella sua fase finale vuol dire rispettare l’incontro dell’uomo con Dio, “nel suo ritorno a casa” sia escludendo ogni altro potere da parte dell’uomo di anticipare questa morte (eutanasia), sia escludendo il potere di impedire questo incontro con una forma di tirannia biologica (accanimento terapeutico). Infatti, consapevole di non essere né il “Signore della vita, né il conquistatore della morte” l’operatore sanitario, nella valutazione dei mezzi terapeutici, deve fare le opportune scelte, cioè rapportarsi al paziente e lasciarsi determinare dalle sue reali condizioni cliniche» (Fonte oikonomia.it). C’è dunque un diritto a morire con dignità. E questo diritto va inteso nel senso che devono essere evitate tutte quelle situazioni che impediscono ad una persona di morire con serenità, senza essere sottoposta a trattamenti troppo dolorosi o troppo umilianti che, con lo scopo di prolungare per qualche tempo la vita, portano a gravi mutilazioni o a cure estremamente dolorose, oppure riducono il corpo a una “cosa”, o più precisamente, ad una selva di tubi e fili. Il malato ha il diritto di morire in un clima di serenità e di raccoglimento, circondato dalle persone che lo amano e non segregato da esse, a motivo di trattamenti eccezionali e sproporzionati che esigono un isolamento assoluto. La dignità del morire è allora il vero obiettivo terapeutico nell’ambito del malato nella fase terminale della malattia, una fase che vedrà un progressivo e inarrestabile declino delle funzioni fisiologiche.