
Secondo diverse ricerche e trattati tra cui uno molto interessante a cura della psicologa torinese Stefania Coda «ad una concezione dell’invecchiamento come processo di progressiva rinuncia e ritiro dalla vita, se ne è contrapposta negli ultimi anni un’altra, che vede in esso una fase del ciclo di vita in cui a perdite si contrappongono o si possono contrapporre attivazioni e addirittura ampliamenti funzionali di abilità individuali solo apparentemente compromesse dal processo di invecchiamento». In realtà, si tratta di aspetti della personalità ancora vitali ed efficienti, che pregiudizi sociali, familiari e anche personali vogliono forzatamente mettere da parte. Ecco allora che un approccio psicologico all’invecchiamento che voglia sviluppare istanze riabilitative e riattivanti il funzionamento sociale e individuale della persona anziana, non può limitarsi all’applicazione di forme classiche di psicoterapia, alle quali si fa consuetamente ricorso nel trattamento in altre fasi dell’esistenze: occorre, ad esempio, tenere presenti anche forme di intervento apparentemente meno “nobili”, ma certamente molto efficaci quali le terapie occupazionali che intervengono “qui ed ora” nel contesto relazionale e situazionale dell’anziano, modificando in senso attivo modelli di riferimento e di lettura dell’invecchiamento, aggredendo positivamente un processo di emarginazione e di isolamento che, lasciato a sé, diventa molto più difficile da arginare e ritardare. «Di conseguenza, nei confronti dei pazienti anziani hanno avuto fino a oggi maggiore impiego la terapia cognitiva e quella comportamentale, seguite dalla psicoterapia di gruppo. Minore risonanza hanno avuto le psicoterapie del profondo, nonostante che i professionisti dai quali sono applicate abbiano riferito buoni risultati. Molto importante è l’utilizzo della terapia comportamentale, in cui si applicano tecniche di rilassamento sia fisico che mentale ed anche la terapia di stimolazione cognitiva in cui si incoraggia il paziente a mantenere attive e/o recuperare le proprie capacità residue. Il lavoro importante che va svolto soprattutto in realtà istituzionalizzate come le Rsa è quello di un approccio di stimolazione cognitiva in cui relazionandoci in maniera professionale ma non rigida con il paziente, acquisendo la sua fiducia si riesca a convincere che come persona in quanto tale nella sua unicità ha ancora tanto da dare per valorizzare sé stesso ed anche gli altri.