Ridurre la vulnerabilità degli anziani rendendoli protagonisti

La fragilità degli anziani, ovvero la condizione per cui, molti di loro, specie tra i grandi anziani (dagli 85 anni in su) hanno bisogno di particolari cure, attenzioni ed accudimento in Italia ha trovato un interesse crescente e si è sviluppata dagli anni Novanta in poi anche grazie alle intuizioni di Francesco Maria Antonini, considerato il padre della geriatria italiana. In ambiente accademico è nota soprattutto la ricerca effettuata da Umberto Senin sugli anziani ultraottantenni di Bastia Umbra. Nel 2001 viene poi realizzato dal geriatra Giampaolo Zucchelli il Progetto Lefes, uno studio sugli anziani fragili dei comuni di Livorno, Rosignano Marittimo e Collesalvetti, con la collaborazione di 97 medici di base e un campione di più di 108mila pazienti. La percentuale di “fragili” è risultata del 2,4%.  Questa ricerca teorica portò poi alla costituzione di un consultorio per gli anziani fragili nella città di Livorno. Sappiamo che gli anziani fragili sono una fascia di popolazione particolarmente “vulnerabile”. Tra loro maggiormente a rischio sono le donne oltre i 75 anni, che rischiano di veder sottovalutati i propri bisogni di salute, generici e specifici. «Descrivere una persona come vulnerabile significa evocare, ad un tempo, una risposta etica di protezione e responsabilità nei suoi confronti. Ridurre questa vulnerabilità nei suoi diversi ambiti dovrebbe, quindi, essere l’impegno di tutti, facendo sì che essa costituisca non un elemento di esclusione, ma di particolare considerazione e di maggior cura» (Giampaolo Zucchelli, Progetto Lefes). A questo riguardo, vanno richiamati due fattori fondamentali: l’eguale dignità sul piano normativo di ogni persona e insieme l’importanza di quelle singolarità che ne fanno un essere unico e che divengono sempre più rilevanti col trascorrere del tempo, in genere, nelle nostre società soprattutto dopo i 75 anni. Fondamentale è educare alla vecchiaia attraverso modalità formative di prevenzione del decadimento fisico psichico e sociale atte a far emergere potenzialità latenti, al mantenimento dell’autosufficienza ed all’acquisire capacità di adattamento e plasticità fisica. Secondo il professor Zucchelli i campi di questa formazione sono 1) Conoscere la vecchiaia: informazione corretta ed esauriente dei problemi sia fisici che psichici, eventuali, da risolvere e da affrontare; correzione delle impostazioni sbagliate, dei pregiudizi e dei luoghi comuni. 2) Prepararsi alla vecchiaia: sia con scelte esistenziali previdenti, sia allenandosi alle perdite, adottando delle strategie compensatorie e di adattamento e imparando a riprogrammarsi. 3) Ritardare la vecchiaia: esaminare i modi che conosciamo e scoprirne di nuovi per cercare di rallentare l’involuzione, specialmente del sistema nervoso, sia nelle strutture organiche che in quelle psicologiche. 4) Vivere bene la vecchiaia: rendendosi consapevoli di quelle che sono le strategie vincenti a mantenersi creativi e significanti, evitando i fallimenti conseguenti alla realizzazione di aspettative troppo alte e adottando uno stile di vita positivo anche con gli opportuni aiuti psicologici. (Barucci 1989) I percorsi da intraprendere dovrebbero andare verso una nuova valorizzazione culturale dell’anziano, promuovere la conoscenza dell’ageismo (cioè dove gli anziani vengono spesso considerati conservatori, non inclini al cambiamento, poco creativi, bisognosi di assistenza e in generale “difficili “) e dei rischi ad esso legati, riconoscendo l’anziano come risorsa non solo quando è attivo ed efficiente.

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