Il deficit cognitivo degli anziani è diventato uno studio statistico importante

Il tema degli anziani e del deficit cognitivo è stato recentemente affrontato dal progetto Iprea – Italian Project on the Epidemiology of Alzheimer’s Disease , primo studio epidemiologico prospettico italiano su popolazione generale (e non su pazienti) condotto in 12 regioni, tra cui ovviamente anche la Lombardia ed è mirato allo studio della fase preclinica della demenza.  È utile talvolta indicare anche le cifre delle dimensioni di problematica ormai ampiamente diffusa tra gli anziani e che diventa tra i disturbi e poi patologie più frequenti nella terza e quarta età.  «La demenza costituisce una delle principali cause di disabilità in tutti i  Paesi industrializzati e non colpisce solo le persone che ne sono affette, ma modifica radicalmente anche la vita dei familiari e dei caregiver. È evidente quindi l’urgenza di riconoscere che la diagnosi precoce di demenza e l’individuazione di criteri diagnostici volti a discriminare la fase di transizione tra disturbo cognitivo, caratterizzato da ridotta disabilità, e demenza conclamata, altamente e progressivamente disabilitante, costituiscono uno degli imperativi nel contesto dell’invecchiamento progressivo della popolazione» (Fonte epicentro.iss.it) . Iprea è tra gli studi epidemiologici longitudinali europei con il maggior numero di soggetti (campione di 4785 soggetti) valutati con un’estesa batteria neuropsicologica, un esame neurologico approfondito, l’adozione di criteri clinico-diagnostici standardizzati, l’esecuzione di neuroimaging (ossia l’uso di varie tecniche per la mappatura diretta o indiretta della struttura, della funzione del sistema nervoso) e la costituzione di una banca biologica in sottocampioni di partecipanti. Dai dati Iprea risulta che la prevalenza del deterioramento cognitivo in assenza di demenza oscilla tra il 28,0% e il 45,0% della popolazione di età compresa tra i 65 e gli 84 anni, ossia dai 2,5 ai 4 milioni di anziani italiani non dementi sarebbero affetti da deficit cognitivo di diverso grado in almeno uno dei cinque domini esaminati. Sebbene la progressione a demenza nei soggetti con deficit cognitivo avvenga solo in alcuni casi, il tasso di progressione a demenza conclamata osservata nell’arco dei 3 anni successivi alla diagnosi varia dal 29% al 47% . Le evidenze epidemiologiche dello studio Iprea forniscono un prezioso contributo alla conoscenza dell’impatto del deficit cognitivo nell’anziano e suggeriscono indicazioni utili per la pianificazione di servizi sanitari e sociali adeguati, sollecitando la necessità di integrare interventi di diagnosi precoce, riabilitazione e trattamento volti a fronteggiare e rallentare la compromissione cognitiva, al fine di favorire il mantenimento dell’autonomia funzionale e delle capacità residue, riducendo così il carico di disabilità e il peso assistenziale. Proprio il punto riguardante le capacità residue riveste una importanza fondamentale. È su questo aspetto che il team socio assistenziale con l’educatore e gli operatori socio sanitari deve lavorare per mantenere acceso il più a lungo possibile quel barlume di lucidità ed autonomia che consente al paziente anziano di sentirsi ancora parte integrante dell’ambito sociale in cui vive.

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