Il recupero della memoria attraverso il racconto del vissuto

Un esercizio importante per il recupero della memoria e per combattere i primi sintomi di decadimento cognitivo è quello, svolto dall’educatore e del personale assistenziale che opera all’interno di una Rsa, di stimolare il racconto dei pazienti di parte del loro vissuto. Il momento in cui si propone all’anziano di ripercorrere i propri vissuti e di raccontarli può creare una situazione di condivisione e di riflessione di gruppo se si considera che il luogo dell’incontro diviene uno spazio non solo fisico ma emotivo, ovvero uno “spazio della prossimità” (Volpicella, 2013) in grado di instaurare un nesso tra narrazione e cura. Si tratta di una cura che, attraverso la narrazione offre la possibilità di partire da sé stessi e “rende le persone consapevoli del proprio ruolo, capaci di autodeterminarsi e di darsi all’altro” (Volpicella, 2013). Nei racconti condivisi gli anziani sono condotti alla consapevolezza che la vita, per quanto singolare e diversa per ognuno, può presentare uno sfondo comune, una costruzione sociale e relazionale, e quando la vecchiaia, attraverso il racconto di sé, giunge a tale consapevolezza, avverte meno il senso di solitudine. In questo Bruner (2002) ci offre una base teorica di partenza affermando che nel processo narrativo «l’identità diventa res pubblica, anche quando parliamo a noi di noi stessi; si può concludere, dunque, che il sé è anche l’altro».  Nel racconto l’identità personale si offre come una costruzione relazionale che continua ad evolversi nel tempo. Si tratta di un raccontarsi come di un “agire donativo e intergenerazionale” (Volpicella, 2013) che apre la strada a quei rapporti che ciascuno instaura con gli altri e con sé stesso, a un soggetto che nel suo divenire sociale, culturale, esistenziale è l’impronta dinamica e assolutamente unica di ogni persona nel farsi e nel fare storia. «Raccontarsi può divenire una chiave di lettura per creare una vicinanza e una comprensione intergenerazionale che, attraverso la narrazione, può offrire una nuova dimensione alla vecchiaia in cui la stessa abbia la possibilità di ri-prendersi un tempo intimo e riflessivo e, soprattutto, di darsi agli altri come esempio, come diversità, come cura» (Gli anziani si raccontano di Maria Concetta Rossiello). Affidare la propria storia ad una comunità può ristabilire “una continuità dell’esperienza tra le vecchiaie e le diverse generazioni che sia capace di generare la trasmissione di valori autenticamente genuini per la crescita sociale e culturale dell’umanità” (Volpicella, 2014). «Occorre scommettere – afferma Frabboni (2005) – sul bisogno-motivazione della comunicazione contro l’incomunicabilità della società dei consumi e della socializzazione contro l’isolamento»; per tale ragione all’anziano bisogna affidare «un’autonoma progettazione di percorsi di socializzazione». In questa progettazione, per cui la narrazione si offre quale strumento riflessivo per la costruzione di significati interpretativi della realtà, vi è un “prendersi cura” che trasforma gli anziani in “agenti” (Volpicella, 2009) partecipi e protagonisti del vivere sociale.

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