
Prendendo spunto dal documento stilato dal Comitato bioetico per i diritti degli anziani, il cui percorso iniziò nel 2004 su indicazione della Presidenza del Consiglio dei ministri tra le varie pieghe di un trattato che rappresenta una eccellenza a livello europeo, si inquadra il concetto di vecchiaia. Nella vecchiaia si produce una vera e propria crisi di identificazione: è in gioco la nostra stessa immagine. Noi cerchiamo di rappresentarci chi siamo attraverso la visione che gli altri hanno di noi. Ci sono periodi in cui essa basta a rassicurarci della nostra identità: per esempio i bambini che si sentono amati e che sono soddisfatti di quel riflesso di loro stessi che scoprono attraverso le parole e i comportamenti dei loro congiunti e a cui si conformano, assumendolo come proprio. «Alle soglie dell’adolescenza l’immagine si frantuma e un ondeggiamento analogo si produce anche alle soglie della vecchiaia. In entrambi i casi, si parla di una crisi di identificazione pur se esistono grandi differenze: l’adolescente si rende conto di attraversare un periodo di transizione, il suo corpo si trasforma e ciò lo imbarazza; l’individuo anziano si sente vecchio attraverso gli altri, senza aver provato serie mutazioni: interiormente non aderisce all’etichetta che gli viene appiccicata addosso, e finisce per non sapere più chi è» (Documento Bioetica e diritti degli anziani). In questa nuova condizione, volenti o nolenti si finisce per arrendersi al punto di vista altrui. L’anziano prova una crisi di identità, ma questa resa non è mai semplice. Esiste infatti una discrepanza tra la situazione che l’anziano vive e di cui ha esperienza interiore e la forma obiettiva che essa assume per gli altri ma che a lui sfugge. Nella nostra società, la persona anziana è designata come tale dal costume, dal comportamento altrui, dal vocabolario stesso: essa deve assumere questa realtà. Affinché la vecchiaia non diventi una parodia della nostra esistenza precedente, non c’è che una soluzione e cioè continuare a perseguire dei fini che diano un senso alla nostra vita: la dedizione ad altre persone, a una collettività, a una qualche causa, al lavoro sociale al volontariato, politico-intellettuale o creativo. Per dare senso al tempo è quello che occorrerebbe conservare fino alla tarda età delle passioni abbastanza forti da farci evitare il ripiegamento su noi stessi. La vita, infatti, conserva un valore finché si dà valore a quella degli altri, attraverso l’amore, l’amicizia, l’indignazione, la compassione. Rimangono allora delle ragioni per agire e per parlare. La condizione senile sembra suggerire una riconsiderazione dei rapporti tra gli uomini. Se la cultura non fosse un sapere acquisito una volta e poi dimenticato, se fosse viva, ogni individuo avrebbe sul suo ambiente una presa capace di realizzarsi e di rinnovarsi nel corso degli anni e sarebbe un cittadino attivo e utile a qualunque età ed in qualunque contesto. Se l’individuo fin dall’infanzia partecipasse a una vita collettiva, altrettanto quotidiana ed essenziale, non conoscerebbe l’esilio della vecchiaia. «E come dovrebbe essere una società perché un uomo possa rimanere tale anche da anziano? La risposta è semplice: bisognerebbe che egli fosse sempre stato trattato come uomo. È dinanzi alla vecchiaia, infatti, che la società si smaschera: il modo in cui tratta i suoi membri inattivi descrive molto di sé stessa e di quanta enfasi riponga sulla mera dimensione produttiva degli individui». La vecchiaia è qualcosa che riguarda solo gli altri. È così che si può comprendere come la società riesca a impedirci di riconoscerci negli anziani. Per vedere nei vecchi non degli altri ma dei nostri simili, per non essere più indifferenti al destino di chi sentiamo lontano, è necessario il riconoscimento, della nostra identità in anticipo sui tempi della nostra vita. L’invecchiamento individuale è una parte dell’avventura umana che può e deve riservare ancora tante sorprese e motivi di gioia e non identificata come fonte di problemi di salute e di un “peso” per chi ci vuole bene.