L’umanità degli operatori. Prima di saper fare bisogna saper essere

Prima che il malato impari ad essere uomo bisogna che imparino ad essere uomini e donne tutti gli operatori sanitari che curano il malato. Questo è uno dei postulati più importanti di Franco Basaglia, celebre esponente della psichiatria moderna che ispirò la legge 180 del 1978 la quale portò alla chiusura dei manicomi. Basaglia nacque a Venezia nel 1924 e si laureò in psichiatria nel 1949. Durante il periodo della sua formazione, leggendo Ludwig Binswanger ed Edmund Husserl, si avvicinò alla fenomenologia e fece sua la distinzione tra il corpo fisico e il corpo personale, vivente. Basaglia fece suo il superamento del dualismo-contrapposizione tra anima e corpo che aveva influenzato psicologia e psichiatria fino ad allora e ritenne corretta la posizione della sospensione del giudizio. Non intendeva annullare la realtà, che continua ad esistere, ma voleva spostare l’attenzione su come il mondo si presenta alla coscienza, o a come la coscienza prende atto del mondo. Molti concetti del suo metodo di lavoro ed aspetti del suo pensiero oltre ad essere molto attuali possono essere applicati anche nel settore della cura degli ammalati e degli anziani. Assolutamente determinante il concetto che «l’azione dell’uomo sul mondo non è determinata in primo luogo da ciò che l’uomo fa ma soprattutto da ciò che l’uomo è». La cosa più importante ed essenziale, quello che sostanzialmente opera nel profondo di ognuno di noi non è l’abilità nell’attuare soluzioni di approccio con l’anziano che si limitano all’esteriorità (estetica) dell’azione stessa,  ma la direzione che il medico, l’infermiere, gli Oss, l’educatore, la fisioterapista, chi ha a che fare con  un anziano che si trova in una Rsa, imprime ai suoi pensieri durante tutta la giornata e che porta con sé quando arriva sul posto di lavoro. Il pedagogista Rudolf Steiner parlava spesso del ruolo del “maestro amico” e di come fosse importante per lui instaurare un rapporto di stima con i suoi alunni. Questo pensiero lo possiamo senza dubbio trasferire ad esempio al rapporto tra un anziano affetto da demenza e chi ne se prende cura. Dipende molto dallo stato d’animo con cui ci si approccia ad un anziano ed è la chiave di un buon risultato a tutti i livelli: dall’ottenimento della collaborazione durante l’igiene personale, alla somministrazione di terapie mediche e farmaci, sino alle attività di animazione da parte di chi si occupa del loro benessere psicologico ma che ha anche una forte ricaduta anche sotto l’aspetto del benessere fisico. «Tutti abbiamo notato – dice l’educatrice Anita Avoncelli – come se siamo più sereni e calmi, riusciamo ad ottenere più ascolto da parte di tutti e, allo stesso tempo instaurare un rapporto di fiducia con chi deve essere aiutato». Io mi fido di più di chi mi dà fiducia, sembra un gioco di parole ma sinteticamente descrive quello che abbiamo sopra descritto. Questo aspetto dovrebbe essere l’elemento cardine per tutti coloro che lavorano a stretto contatto con le persone. Esiste poi un dialogo emotivo ed un dialogo corporeo, il famoso linguaggio non verbale. Proprio attraverso sguardi, sorrisi, una carezza, io riuscirò a dialogare anche con chi non riesce più ad avere un dialogo verbale in quanto ha una compromissione cognitiva tale da non essere più in grado di articolare una frase o un discorso di senso compiuto. Svolgere una attività professionale con una comunicazione non verbale, ma soprattutto di avere una attenzione particolare  nei confronti della persona.

 

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