
L’invecchiamento non è un processo uguale per tutti. Prendendo in considerazione quella che in termine tecnico viene nominata eterocronia o cambiamento evolutivo della persona nel processo di invecchiamento, non solo è possibile trovare delle differenze fra individuo e individuo, ma anche all’interno dello stesso individuo gli organi e le funzioni non vengono interessati contemporaneamente ed in maniera uniforme dai processi di invecchiamento. «Infatti, mentre nei soggetti giovani i parametri biologici tendono a convergere verso un valore medio, negli anziani i valori tendono ad essere fortemente variabili e perciò è più corretto parlare di un range con ampia dispersione dei dati. Se è innegabile che alcune modificazioni a livello cerebrale avvengano, è anche vero che il cervello dell’anziano presenta meccanismi di compenso che tentano di recuperare il deficit indotto dallo spopolamento neuronale. Ciò spiega come le funzioni complessive del cervello di un individuo anziano sano siano, a dispetto delle alterazioni istologiche e biochimiche, solo moderatamente compromesse» (Fonte studio di psicologia Martina Spalli). Diverse ricerche hanno messo in evidenza che l’anziano può mantenere la sua efficienza psichica globale se sfrutta le risorse residue, ad esempio mediante l’allenamento mentale, e se opportunamente motivato. Perché ciò avvenga però non si può prescindere dall’importanza dell’affettività, del riconoscimento del valore dell’anziano all’interno del nucleo sociale in cui vive. Gli affetti giocano un ruolo essenziale nell’agire quotidiano, nell’essere al mondo, nell’avere un posto nel mondo. Il timore più grande per l’anziano non è la morte, piuttosto la malattia, l’abbandono, il disprezzo delle persone con cui ha sempre vissuto, il rifiuto da parte del suo nucleo familiare, il senso di fragilità in un mondo potenzialmente ostile. Tutto ciò lo porta spesso a vivere in una condizione di ansia continua. Il pericolo più grande per lui è l’isolamento affettivo-relazionale. Questo può portarlo ad una minore motivazione nell’affrontare la vita, allo sviluppo di disturbi dell’umore e ad un minore uso, e conseguente perdita, delle abilità cognitive. Benché la personalità sia un fattore psicologico relativamente “stabile” nel tempo, almeno in condizioni di normale invecchiamento fisiologico, durante la senescenza anche gli affetti e le emozioni subiscono degli “aggiustamenti”. L’affettività tende a modificarsi sia quantitativamente, sia qualitativamente. «Innanzitutto si riduce l’intensità soggettiva, rispetto a contenuti che in precedenza suscitavano reazioni intense; ne consegue un’attenuazione dell’aspetto espressivo. In secondo luogo, l’affettività si concentra su poli circoscritti dal momento che, piuttosto che da condizioni esterne, l’anziano è coinvolto da quelle personali: in particolare dal suo benessere fisico e psichico e dal suo status economico e sociale». Il risultato finale è il prevalere di un egocentrismo sempre più accentuato» (Fonte studio di psicologia Martina Spalli). Questo tuttavia non significa che per l’anziano i legami affettivi e le relazioni interpersonali siano insignificanti; al contrario, l’anziano è in grado di amare e ha bisogno di sentirsi amato, di ricevere attenzioni e affetto. È noto infatti come, a qualsiasi età, rapporti affettivi soddisfacenti favoriscano un’attività psichica globalmente efficiente e una adeguata motivazione alla vita.