
Secondo le teorie dei padri della psicologia ed un assunto sviluppato in un suo recente trattato anche dalla psicologa Anna De Martino a corollario del processo di invecchiamento della persona sono collegate due teorie. La prima è la teoria del disimpegno: rinuncia spontanea verso la vita, si assiste ad un disimpegno morale, il soggetto si ripiega su sé stesso. La seconda, quella che noi vogliamo promuovere è invece la teoria dell’attività o dell’impegno: l’anziano vive con soddisfazione, è impegnato socialmente, si gode il riposo dopo una vita lavorativa, si occupa anche di attività di volontariato e quando arriva in Casa di riposo è motivato a partecipare a qualsiasi attività che lo aiuti a sentirsi impegnato ed attivo. La comunicazione, e quindi le relazioni interpersonali che permettono una vita sociale, dipende dalla possibilità di percezione. È noto che l’anziano mantiene integre la memoria e la motivazione. La motivazione, in ogni età, è la spinta propulsiva fondamentale del comportamento, insostituibile strumento di apprendimento. Persino l’utilizzo del computer, strumento estraneo alla cultura dell’anziano, può essere appreso qualora l’anziano sia motivato a farlo. «Pensiero e linguaggio – dice la dottoressa De Martino – possono essere conservati, ma per mantenere l’interazione con l’ambiente esterno, l’anziano deve essere in grado di comunicare. Affinché ciò avvenga non si può prescindere dall’importanza dell’affettività, del riconoscimento del suo valore all’interno del nucleo sociale in cui vive. Gli affetti giocano un ruolo essenziale nell’agire quotidiano, nell’essere al mondo. La depressione, espressione di profondo disagio, sofferenza psicologica più frequente nell’età senile, comporta la rinuncia alla vita: l’aspettativa di vita è statisticamente limitata, la società invia messaggi di inutilità, si comprende come la volontà di vita dell’anziano per essere mantenuta necessita dell’affetto dei propri cari che affermano l’importanza della sua esistenza». Per invecchiare senza sviluppare demenza, lo abbiamo evidenziato in diverse circostanze, è necessario che l’anziano mantenga attive le funzioni cerebrali. Per creatività si intende l’espressione di sé stesso, le cui modalità di esecuzione sono vastissime. La creatività diminuisce sempre di più in una società come la nostra, che privilegia la forma, il pensare secondo una logica comune, non il differenziarsi. Nell’età senile la funzione della creatività si può manifestare nelle piccole azioni quotidiane, come ad esempio nella creazione di pietanze originali. Questo può valere in diverse condizioni di aggregazione: nel gruppo, ma anche individuale. Qualora vengano evidenziate le capacità creative, la qualità della vita migliorerà radicalmente. Il racconto di eventi passati diventa strumento per stimolare la funzione creativa. L’anziano, in generale, non teme la morte, piuttosto la malattia, l’abbandono, il disprezzo delle persone con cui ha sempre vissuto, il rifiuto da parte del suo nucleo familiare. Le soluzioni per il futuro degli anziani dovrebbero essere concordate e scelte in chiave positiva. «In una ottica di servizi – conclude la dottoressa De Martino – tuttavia, è necessario riferirsi ad una definizione di anziano “fragile” che sia semplice e operativa, che permetta l’identificazione dei soggetti su cui è necessario effettuare una Valutazione Multidimensionale (VMD) per costruire un piano individualizzato di assistenza nella rete dei servizi».