
Il nostro impegno quotidiano per la cura ed il benessere nei confronti degli anziani è uno stimolo anche per coinvolgere il territorio e la comunità locale con le sue associazioni di volontariato. Già un primo momento di incontro post Covid è stato vissuto in questi ultimi mesi e tanto si può ancora fare. «La società deve rendersi conto che il soggetto anziano è un patrimonio vivente di esperienze vissute e provate, di saggezza trasmissibile, di valori e come tale deve essere portato a comprendere il presente, educato ad “accettare” la propria condizione e ad accettarsi in essa, a fare buon uso della sua “età”. La vecchiaia deve essere sinonimo di serenità e coscienza di sé, accettazione di sé per quello che attiene alle relazioni sociali, alle prestazioni fisiche e mentali, al proprio stato di anzianità» (Fonte la voce di New York approfondimento di Manuela Randazzo). Di qui la necessità di pensare a programmi di interventi di recupero dell’anziano, che deve essere collocato in una visione personalista: perché egli è una persona e la persona è un valore in sé – a qualunque età ed in qualunque condizione – e come tale va rispettata, promossa, riconosciuta e fatta essere soggetto di vita, attività, cultura, in una società di persone solidali. Si dovrebbe favorire l’attuazione di programmi di educazione, perché il modo migliore per rimuovere e prevenire tanti dei problemi della vecchiaia è quello di pensarci per tempo, promuovendo una prospettiva educativa di “preparazione alla senilità” intrapresa fin da giovani e da adulti. Con il passaggio all’attuale era post-industriale l’immagine sociale dell’anziano, il suo ruolo all’interno della società e della famiglia, si sono modificati in modo sostanziale. Nella cultura della organizzazione sociale odierna, infatti, l’identità e il ruolo sociale della persona coincidono con la produttività e l’attività lavorativa. «L’inizio della vecchiaia arriva in concomitanza con il pensionamento e dalla perdita dello status sociale connesso al ruolo di lavoratore e uscire dall’ambiente lavorativo può significare, per molti, essere fuori dal mondo: diminuiscono le possibilità di contatto umano e di relazione, vengono meno, progressivamente, gli incontri con i compagni di lavoro, con gli amici ancora produttivi. Allontanarsi dal lavoro può significare anche perdere la necessità di doversi continuamente occupare degli avvenimenti futuri, perdere, in altri termini, l’atteggiamento “aggressivo” verso il presente e costruttivo verso il futuro. Questo passaggio induce molto spesso vissuti di inutilità, di vuoto, di mancanza di prospettive e di risorse, cui non sempre l’anziano è in grado di contrapporre nuovi obiettivi e interessi» (Fonte la voce di New York approfondimento di Manuela Randazzo). Preparare e programmare durante gli anni della cosiddetta “mezza età” è senza dubbio molto importante: crearsi interessi o coltivare passioni già presenti è fondamentale per non sentire un vuoto quando arriva il momento della pensione. La stessa cosa vale per l’arrivo in Casa di Riposo quando si raggiunge quella che oggi definiamo “Quarta età”. Se non ci sono gravi compromissioni a livello cognitivo avere interessi e hobby aiutano certamente l’educatore e gli operatori di una Rsa ad inserire con maggiore facilità l’anziano al suo ingresso in struttura.