
Il Disturbo borderline di personalità (Dbp) è una patologia molto problematica sul piano dell’andamento personale e sociale. La maggior parte delle nostre conoscenze su questo disturbo provengono da studi su popolazioni di adolescenti e adulti, mentre gli anziani che ne soffrono sono stati storicamente trascurati dalla ricerca e dalla clinica. Gli studiosi del campo hanno ipotizzato diverse spiegazioni su questi aspetti: è possibile che siano dovuti ad effetti di maturazione, per cui i sintomi si allevierebbero naturalmente nel tempo, o di apprendimento di nuove strategie. Altri ancora affermano che il relativo isolamento che spesso accompagna la terza età porterebbe ad un evitamento delle situazioni interpersonali in cui le difficoltà delle persone con questi disturbi si manifestano nella loro complessità. D’altra parte, la prevalenza dei disturbi di personalità negli anziani si aggira intorno al 10% per cui è ragionevole pensare che in una significativa percentuale di individui i sintomi problematici persistano e continuino ad avere un impatto fortemente disabilitante. Come riportato da uno studio effettuato dall’istituto Beck : «una delle caratteristiche del disturbo è l’impulsività, che spesso si esprime con comportamenti autodistruttivi (uso sostanze, autolesionismo, disturbi alimentari ecc.) e/o ad alto rischio (come promiscuità sessuale). La ricerca ha mostrato che sia l’impulsività come tratto che i comportamenti autolesivi tendono a diminuire con l’avanzare dell’età, per cui questi aspetti potrebbero non essere gli indicatori più appropriati della presenza di DBP negli anziani. È dunque necessario che i professionisti della salute mentale siano formati a riconoscere le manifestazioni dei sintomi della malattia in questa particolare popolazione». Alcune delle principali caratteristiche distintive del Disturbo borderline di personalità negli anziani sono le seguenti (Valdivieso-Jiménez, 2018): maggiore persistenza e rilevanza dell’instabilità emotiva e delle difficoltà relazionali, rispetto a presentazioni impulsive e “drammatiche”. Gli anziani con disturbo di personalità borderline possono contribuire a generare ambienti caotici, avere difficoltà ad adattarsi ai cambiamenti legati all’età o tendere a ritirarsi maggiormente, anche a causa di lutti e perdite di precedenti fonti di supporto sociale. C’è in loro una maggiore presenza di affettività negativa e cronici sentimenti di vuoto, che spesso si manifestano sotto forma di similitudine con la depressione, un altro disturbo spesso non riconosciuto negli anziani o confuso con sintomi di demenza. E ancora: rilevanza di sintomi e lamentele somatiche, che talvolta si traducono in ripetute visite e insistenti richieste di trattamenti medici, eccessivo uso di farmaci, lunghe ospedalizzazioni e conflitti con il personale sanitario; minore frequenza di comportamenti suicidari, ma maggiore presenza di tentativi di suicidio fatali. Infatti, alcuni dati mostrano che ben il 44% degli anziani suicidi avrebbe un disturbo di personalità (Harwood et al., 2011); peggiore qualità di vita rispetto ai coetanei senza disturbi di personalità e alterazione del contenuto del pensiero, con maggiore svalutazione della propria vita e della propria persona. Sul piano comportamentale, ciò può corrispondere ad una scarsa cura personale, mancanza di aderenza a cure farmacologiche o a regimi alimentari, e rifiuto di seguire interventi di riabilitazione fisica, quando necessari. Un intervento non farmacologico che si è rivelato molto efficace nella cura dei disturbi borderline di personalità è la terapia dialettico comportamentale che si basa su un modello che pone l’accento in modo particolare sul rapporto di fiducia tra anziano ed operatore (psicologo, psicoterapeuta, educatore) nel regolare la gestione delle emozioni e il comportamento nei disturbi psicologici. Spesso la terapia dialettico comportamentale che sarà oggetto di un futuro maggiore approfondimento , si accompagna con una adeguata terapia farmacologica.