I disturbi del “Long Covid” possono colpire soprattutto gli anziani

L’ultimo tampone negativo sancisce la guarigione completa dal Covid-19. Chi ne è stato affetto, anche in forma leggera, può riprendere la propria vita all’interno della società. «Non sempre però questo passaggio– dicono i medici della Fondazione Veronesi –  pone fine alla malattia. Con il passare dei mesi e l’aumentare dei pazienti, cresce infatti la quota di chi segnala alcuni sintomi che gli esperti oggi valutano come una possibile «coda» della polmonite interstiziale determinata da Sars-CoV-2». Da qui il nome di Long-Covid dato a questo insieme di manifestazioni che, a leggere le conclusioni di uno studio pubblicato sulla rivista The Lancet, non sono una rarità. Tutt’altro: a soffrirne sarebbero infatti 3 su 4 dei pazienti costretti al ricovero durante la fase acuta della malattia. A rischio maggiore, per ovvi motivi determinati da minori difese immunitarie sono le persone più anziane. Stanchezza e la debolezza muscolare sono stati i sintomi documentati con maggiore frequenza (da 6 pazienti su 10). A seguire i disturbi del sonno, l’ansia e la depressione (rilevati in media in 1 persona su 4). «Oltre a registrare quanto dichiarato dai pazienti, i medici hanno sottoposto 349 di loro a una serie di test per valutare la funzionalità polmonare: spirometria, ecografia e Tac del torace. Da questi è emerso che quanto più severa era stata la polmonite, tanto più evidente era la riduzione della capacità respiratoria. Segno con ogni probabilità di un’aumentata cicatrizzazione del tessuto polmonare, sui cui margini e tempi di recupero occorrerà indagare ancora» (Fonte Fondazione Veronesi). Data la diminuita capacità dei polmoni di supportare l’attività del corpo, i medici hanno registrato peggiori performance di questi ex pazienti al test del cammino in 6 minuti, usato per valutare la performance fisica durante uno sforzo moderato. In poco più di un decimo dei reduci dalla Covid-19 è stato inoltre registrato un calo della funzionalità renale. Un dato che supporta l’ipotesi – sempre più circostanziata – che la malattia non si estingua soltanto come un’infezione polmonare. Ma che, anzi, determini le prognosi più gravi nel momento in cui si diffonde ad altri organi. «Tutti i pazienti colpiti dalle forme più gravi di Covid-19, tra cui coloro che sono stati sottoposti all’ossigenoterapia o ricoverati in rianimazione, devono essere nel tempo sottoposti a controlli che riguardino tutti gli organi», afferma Francesco Landi, responsabile del day-hospital post-Covid del policlinico Gemelli di Roma, che già a luglio aveva lanciato l’allarme con un articolo pubblicato sul Journal of the American Medical Association. Ci sono pazienti che raccontano di fare anche fatica a respirare, perché i muscoli coinvolti non hanno la forza sufficiente a svolgere la loro funzione. Eppure questo aspetto non è ancora considerato come dovrebbe in Italia. «I danni permanenti a livello dei polmoni, degli occhi, del cuore e del fegato non sono così frequenti. Non bisogna però sottovalutare – conclude Landi – la persistenza della stanchezza, per individuare chi ha bisogno di un programma di riabilitazione e di supporto nutrizionale attraverso cui controllare la perdita di massa muscolare. Importante è anche la gestione dei disturbi della sfera psichica». Tutti questi disturbi sono comuni negli anziani, anche per altre patologie croniche della sfera cognitiva (vedi depressione, perdita ponderale di peso dovuta a problematiche pregresse, insufficienza respiratorio e/o  renale) il compito dell’Operatore sociale, dell’Asa, dell’educatore professione e del fisioterapista, ovviamente non è quello di sostituirsi al medico ma, lavorando a stretto contatto con gli anziani, di svolgere un importante compito di osservazione, verificando anche minimi cambiamenti comportamentali dell’ospite ed anche a livello fisico. Di fronte a cambiamenti importanti è giusto e doveroso avvisare medico ed infermiere professionale affinché svolgano un più preciso e mirato controllo sullo stato di salute della persona.

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