Differenze di genere nel concepire la vecchiaia

Esaminando una ricerca effettuata dalla sociologa Sabina Licursi troviamo la conferma di modi diversi di invecchiare e di vivere la vecchiaia attraverso le differenze di genere. «Non solo perché donne e uomini hanno vissuto diversamente la loro vita adulta – scrive Licursi – ma anche perché arrivano spesso in condizioni e con prospettive diverse alla terza e alla quarta età». Innanzitutto, per una donna possono risultare meno significativi alcuni rituali di passaggio alla vecchiaia ad esempio il pensionamento non sempre determina un cambiamento delle abitudini di vita. Così è, generalmente, per tutte le donne che non sono mai entrate nel mercato del lavoro e che si sono occupate (e continuano solitamente a farlo) della casa, della cura della famiglia. Ancora oggi il tasso di attivazione delle donne nel nostro Paese rimane molto più basso di quello degli uomini se paragoniamo l’Italia agli altri paesi dell’Unione europea. Nel Paese le disuguaglianze di genere fra gli anziani pesano anche rispetto alle risorse economiche di cui possono disporre. Non solo, quindi, si riproducono disparità di trattamento economico, ma – considerati i bassi livelli medi delle pensioni – cresce anche il rischio che negli equilibri familiari le donne avvertano il bisogno di essere sostenute economicamente dai loro partner (cfr. infra Tagarelli). Eppure con l’ingresso nella terza età, se le condizioni di salute lo consentono e per il tempo in cui queste si mantengono buone, un cambiamento potrebbe derivare dal maggiore tempo libero, a seguito soprattutto del minore impegno nel lavoro di cura dei figli. Spesso per un verso, le donne continuano prevalentemente da sole ad occuparsi delle attività domestiche (Istat, 2012a; cfr. infra Chiodo), e, per altro verso, se i figli hanno creato una nuova famiglia e messo al mondo dei figli, sono le nonne ad essere principalmente coinvolte nell’accompagnamento dei nipoti (Saraceno, 2011). Quindi affrontano questo altro cambiamento della vita con maggiore consapevolezza, pazienza e forza.  Un’altra differenza importante nel modo di affrontare e vivere la vecchiaia può derivare dal possesso di un differente livello di istruzione. Non solo perché l’istruzione è stata la risorsa utilizzata in passato per entrare nel mondo del lavoro e occupare posizioni di prestigio, ma anche perché essa è, ancora di più forse dopo i 65 anni, lo strumento principale per leggere la realtà e i cambiamenti che in essa si verificano e rispondere alle diverse richieste che il mondo tecnologico e informatizzato in cui viviamo pone – rispetto alle quali gli anziani italiani non sembra che siano, in generale, molto preparati (cfr. infra Chiodo). Nonostante l’aumento globale del tasso di scolarizzazione della popolazione italiana, le differenze di genere in istruzione non sempre sono state superate, soprattutto nei livelli di istruzione più bassi (Schizzerotto e Barone, 2006). Con riferimento alle donne anziane questa considerazione trova ulteriore conferma. Come ci dicono i dati Istat (2013b), nel 2012 le donne che hanno un basso livello di istruzione (licenza elementare o nessun titolo) sono il 70% del totale in Italia e il 77% nel Mezzogiorno, gli uomini che si trovano nella stessa condizione sono rispettivamente il 54% e il 60%.

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