
Antonio Censi, autore del libro «Vita da vecchi. L’umanità negata delle persone non autosufficienti» (edizioni Gruppo Abele), sociologo con una lunga esperienza da direttore sociale di una grande residenza per anziani ha raccontato la sua esperienza maturata in diversi anni di lavoro in Rsa nell’ambito di una intervista rilasciata al celebre periodico “Vanity Fair”. Interessanti gli aspetti che vengono sviluppati in una trattazione che non si limita alla semplice esposizione dell’aspetto riservato alla cura degli anziani, bensì anche a quali possono essere i possibili modelli di cura. «Un modello di assistenza importante – dice Censi – è Il passaggio da ospedale a comunità: le Rsa dovrebbero essere considerate micro comunità integrate con l’esterno, strutture aperte in cui venga data agli operatori la possibilità di riflettere collettivamente sul senso del lavoro che stanno facendo. Si parla molto di intensità sanitaria, ma andrebbe elevata anche quella sociale. Ma è richiesto un salto culturale». Gli anziani parzialmente autosufficienti e non autosufficienti sono spesso considerati, secondo l’esperto, più che altro, consumatori di prestazioni sanitarie. «Ho lavorato in una casa di riposo dalla seconda metà degli anni 70, quando avveniva la deistituzionalizzazione degli ospedali psichiatrici e, da sociologo – va avanti Censi – ho osservato i cambiamenti avvenuti da quell’epoca in avanti. C’è stato un processo progressivo di ospedalizzazione e medicalizzazione dell’esistenza. Le strutture chiamate “ricoveri” sono state trasformate in residenze assistenziali secondo un modello aziendalistico sanitario. E oggi hanno l’obiettivo primario di contenere i costi assistenziali e fornire una serie di prestazioni ai ricoverati, considerati clienti di un’azienda di servizi». Ma il punto cruciale è quello di andare “oltre alla prestazione di servizi”, creando una condizione in cui l’Rsa diventa la “casa dell’anziano”. Ovviamente un luogo di condivisione con altre persone con le quali si possono instaurare legami affettivi importanti, di amicizia, oppure un ambito in cui si “sopporta” la propria condizione di infermità, cambia molto le prospettive e le motivazioni anche degli operatori socio sanitari che ci lavorano. Nessun luogo per parecchie persone potrà mai sostituire la propria casa dove si è trascorsa una intera esistenza. Tuttavia la trasformazione di quello che una volta veniva definito anche in termini un po’ spregiativi “ospedalino” in un luogo il più possibile accogliente può davvero fare la differenza. La pandemia da Covid 19 ha insegnato che bisogna puntare alla ricerca di modelli organizzativi diversi da quelli finora seguiti e apre un dibattito pubblico. «Un dibattito pubblico – dice ancora Censi – perché il problema degli anziani non autosufficienti riguarda non solo operatori e utenti, ma l’intera società. In Italia, generalmente, siamo piuttosto arretrati: siamo il Paese con il più alto tasso di invecchiamento, ma non abbiamo ancora una cultura adeguata dell’invecchiamento. Perché tutti lo negano e sono spaventatissimi. Ma la non autosufficienza è un’esperienza a cui molti di noi saranno esposti, statisticamente lo saremo: bisogna prevenirla, ma anche imparare a conviverci e approfondire la conoscenza dei problemi non solo sanitari ma anche sociali».