
Un interessantissimo trattato che si intitola “Problematiche bioetiche nelle residenze per anziani” del 2019 curato dal dottore Raffaele De Nardo dell’Aulss 2 della Regione Veneto, l’equivalente della nostra Ats, prende in considerazione aspetti molto importanti della vita di un anziano ricoverato in una Rsa. Fino a non molti anni fa la vecchiaia era considerata in maniera prevalentemente negativa, come progressivo e inesorabile decadimento psico- fisico di un soggetto. Oggi, però, grazie ai molteplici progressi di alcuni settori della medicina e alle più favorevoli condizioni di vita, sia dal punto di vista socio-economico che da quello igienico, l’età della vita media si è allungata di molto. Oggi il processo di invecchiamento individuale, intende proporre un’anzianità attiva e creativa. L’anziano deve passare gli anni che gli restano da vivere, per quanto gli è possibile e secondo le proprie capacità e inclinazioni, partecipando alla costruzione della società: «Una società matura – ha detto recentemente anche Papa Francesco – è chiamata a non tralasciare i soggetti quando raggiungono l’anzianità bensì a promuovere le risorse di cultura, di trasmissione di valori e di vissuti, di abilità e capacità attuali individuali, di spiritualità e religiosità». Una visione integrale della persona umana, oltre ai temi della corporeità, comprende anche gli aspetti spirituali, religiosi, culturali, psicologici, affettivi, amicali e di relazione, sentimentali, ludici e ricreativi. «La salute dell’anziano nella struttura residenziale non deve essere vista come un qualcosa di statico, ma come un compito da realizzare, una meta da raggiungere, un equilibrio dinamico continuamente da ricomporre. In questo difficile e labile equilibrio dinamico l’aspetto quantitativo sanitario diventa relativamente meno importante, mentre assume maggiore rilievo la capacità residua del singolo ospite di vivere la propria situazione, più o meno limitata, in modo pieno e creativo, così da riempire la vita che resta da vivere di speranze e scopi» (Fonte équipe Raffaele De Nardo). È appunto compito dell’operatore addetto alla animazione e delle modalità organizzative delle strutture residenziali favorire il mantenimento e lo sviluppo delle capacità residue dell’anziano, in modo da dare gusto e senso alla sua esistenza. La mancata stimolazione delle competenze residue dell’anziano o la loro frustrazione nel caso di competenze a elevato valore simbolico per il soggetto comportano una rapida perdita delle stesse e poi, con un meccanismo a cascata, una progressiva riduzione del livello stesso di autonomia della persona. «Questo genere di atteggiamento è passivizzante per l’anziano istituzionalizzato. Per avere un vantaggio in termini di tempi e di costi si tende a sostituirsi all’ospite in tutte le sue funzioni della vita quotidiana, in tal modo portando l’anziano in breve tempo alla reale non autosufficienza. Non è possibile che l’anziano ritrovi nella struttura l’organizzazione di casa sua, ma è però possibile, e doveroso, lavorare per ricostruire una comunità, favorendo attivamente, concretamente e continuativamente i rapporti fra anziani, la relazione col personale di assistenza, la partecipazione a programmi ricreativi ben organizzati» (Fonte équipe dottor Raffaele De Nardo). La terapia occupazionale si propone di recuperare e potenziare le abilità cognitive e funzionali residue e di favorire la socializzazione, mediante attività e occupazioni varie (arti, mestieri, attività ludiche, attività domestiche, etc.). Anche in anziani residenti con demenza lieve e moderata la terapia occupazionale, insieme alla riabilitazione motoria, è in grado di migliorare le prestazioni cognitive e le relazioni sociali.