
Validare le esperienze di vita di un anziano equivale ad ammettere che, malgrado la malattia o la vecchiaia lo abbiano colpito, egli ne sa più di noi. E prestare attenzione, uditiva ed empatica ai racconti che hanno come finalità la rievocazione di eventi passati ma ancora così presenti, significa legittimare un intero percorso di vita, offrendo allo stesso un contenuto omogeneo, circolare e coerente, in cui l’anziano può rispecchiarsi armonicamente, lasciando segni del proprio passaggio nel mondo. Per questo, anche in un contesto di terapia, è essenziale portare l’anziano ad un reincontro narrativo con il sé, cercando di attuare una regressione incrementale che, mentre torna indietro, progredisce creativamente e dona nuovi significati di vita. L’anziano deve essere ascoltato. «Essere ascoltati e poter ascoltare è alla base di tutte le relazioni in cui un essere umano si prende cura del proprio simile. È un compito vitale» (Barbaglio, 2020, p. 165). Non sono necessarie grandi competenze: è sufficiente porsi con intento empatico nella dimensione esistenziale dell’altro, e saperne cogliere la volontà vivificante anche tramite un silenzio recettivo, una condizione di recepimento che non si identifica in un immobilismo inerme, ma piuttosto in una posizione astinente grazie alla quale è possibile entrare nelle altrui profondità, comprenderne i meccanismi e riuscire ad indossarne le vesti affettive, in una dimensione generativa. L’ascolto affettivo e rivalutante rappresenta il principale mezzo di ogni terapia, clinica o di meramente supportiva. Non è necessario perseguire un cambiamento radicale in vista di un progetto futuro: è sufficiente perseguire una risintonizzazione di sé mediante un riesame globale e progressivo della vita, nella finalità di orientare questioni problematiche, conflittuali, disorganizzate in una direzione sintetica e riappacificante.
#Riferimenti a “Psicologia dell’anzianità: il misterioso viaggio tra “fine e finitudine”
DI Rebecca Farsi
Laureata in Psicologia indirizzo cliniconeuropsicologico