
Cambiamenti patologici della personalità nel paziente anziano, come sappiamo, possono sorgere in primo luogo in diverse condizioni di demenza (Vascolare, Alzheimer, sindrome dei Lobi Fronto-Temporali, a corpi di Lewy), in sindrome comportamentale grave che in inglese si definisce (Behavioral and Psychological Symptoms of Dementia (BPSD) o in tutte quelle condizioni in cui l’insorgenza della componente organica va a determinare alterazioni nelle normali espressioni personologiche dell’individuo. In tutte queste sindromi il carico assistenziale e la complessità terapeutica sono direttamente collegati ai mutamenti cognitivi e comportamentali patologici latenti (Trahan, Kuo, Carlson, Gitlin, 2014). Nelle demenze le disfunzionalità comportamentale e affettiva sembrano direttamente collegate alle componenti organiche, che intaccano molteplici funzioni cognitive essenziali per una autonomia adattiva. Ai sintomi cognitivi si sommano sintomi di natura psichiatrica, comportamentale e relazionale: psicosi (deliri paranoici, strutturati o spontanei, allucinazioni), alterazioni dell’umore (depressione, euforia, labilità emotiva), ansia, sintomi neurovegetativi, alterazioni del ritmo sonno-veglia, dell’appetito, disturbi dell’attività psicomotoria (vagabondaggio, affaccendamento afinalistico, acatisia) agitazione, aggressività verbale o fisica, vocalizzazione persistente, alterazioni della personalità (apatia, disinibizione, irritabilità) (DSM-5, 2014). In alcuni casi i cambiamenti alla personalità con manifestazioni di natura psichiatrica vengono considerati indici di inizio di demenza in terza età (Cipriani, Borin, Del Debbio, Di Fiorino, 2015). Anche l’ansia è un disturbo prevalente nel MCI, cioè un paziente con disturbi di memoria e può essere predittivo del futuro sviluppo di forme più gravi di demenza, più di altre manifestazioni cliniche. L’ansia non sarebbe un sintomo collegato alla demenza ma potrebbe velocizzare il passaggio da MCI a demenza (Mah, et al., 2015). Allo stato attuale non ci sono ancora cure risolutive di patologie legate al decadimento cognitivo anche se sono stati messi in commercio negli ultimi anni, nuovi farmaci in grado quantomeno di rallentare l’eccessiva degenerazione delle cellule nervose. Fondamentali e da molti ancora un po’ sottovalutate sono le terapie non farmacologiche. Piccoli esercizi di stimolazione cognitiva (giochi di memoria, di riorientamento, musicoterapia), stimolazione sensoriale (esercizi per udito, gusto, tatto, olfatto, vista) che possono apparire anche banali ma che invece aiutano in maniera sostanziale a rallentare il decadimento cognitivo. Tutta questa serie di interventi nella nostra RSA vengono svolti quotidianamente con ottimi riscontri in termini di risultati