
La condizione dell’anzianità fa emergere la confusione che a volte fa la psicoanalisi tra fatti e vissuti, come se non fosse una precisa scelta metodologica quella di avere attenzione per i primi o i secondi (Carli, 2019), ma ci fosse un’età in cui ci si possa interessare dei vissuti delle persone, quella che corrisponde all’arco della vita prima che inizi la parabola discendente, e un’altra, quella anziana, dove non ci sono che i fatti. L’anziano invece propone costantemente il rapporto con il proprio corpo secondo un copione decisamente concreto. Il terapeuta prova perciò un sentimento di inutilità nell’intraprendere “un trattamento con una persona che si trova in una condizione della vita che evoca più la terminalità che la progettualità” (Minervini, 2008). La realtà esterna prevale su quella interna: “La vecchiaia viene considerata come una fase molto impegnativa dell’esistenza che comporta delle specifiche pressioni da parte della realtà esterna (il pensionamento, il nido vuoto, il declino somatico, il pensiero della morte, il bilancio della vita)” (Minervini, 2008). Inoltre la vecchiaia obbliga a prendere atto, a volte in modo molto doloroso di quelle parti negate nel corso di tutta la vita precedente. Con l’avanzare dell’età si rivelerebbe la componete illusoria dei vissuti, ci si confronta con una realtà dei fatti che disarma, non permette più di evolvere. A volte lavorando come nel nostro caso in Rsa, con i pazienti anziani, la professionalità impiegata può essere messa in discussione da un “senso di sconfitta” di fronte alla morte improvvisa (o anche attesa) di alcuni assistiti. Tutto ciò deriva da un concetto in cui il vissuto del fallimento come la mancata guarigione del paziente comporta il sentirsi inadeguati e si scontra contro il falso mito dell’onnipotenza salvifica. Questo modo di approcciarsi alla progettualità ed alla cura dei pazienti come i nostri lungodegenti è sbagliato e può prestare il fianco a momenti di frustrazione o (peggio) far incappare l’operatore socio assistenziale nella classica malattia professionale conosciuta come sindrome del burnout ovvero un insieme di sintomi che deriva da una condizione di stress cronico e persistente, associato al contesto lavorativo. Il metodo lavorativo deve essere invece quello di un professionista che accetta la morte come parte del ciclo della natura ed accompagna il paziente dando il massimo di sé per fargli passare nel migliore dei modi gli ultimi anni della sua vita. Un tessuto di relazioni in cui poi sono coltivate la gentilezza e la solidarietà è un terreno buono anche per la crescita sociale, che non si basa solo su obiettivi economici da raggiungere, ma anche sulla gratuità dei gesti e delle azioni.