Estrarre dal paziente anziano tutte le capacità residue

La vecchiaia è una “viaggiatrice di notte”, scrive il celebre scrittore francese Chateaubriand vissuto nel diciottesimo secolo, cui viene lasciato il compito di riassumere il filo narrativo di un’esistenza che sta per compiersi, cercando di non trascurare nessuna delle esperienze di cui il tempo l’ha arricchita. Ma si scopre poi un paradosso: al di là di così intensi e profondi arricchimenti, il diventare vecchi è un momento segnato da perdite, lutti, ed impoverimento dal punto di vista di carenza degli affetti. Ci si trova di fronte quindi all’ironia di un destino che arricchisce per togliere, avvicinando ad una fine inevitabile. «L’anziano incontra un’angoscia di mancanza e dimenticanza, in un mondo che non gli riconosce più efficienza né efficacia. Orfano di sé stesso, e spesso degli affetti più cari, la sua spinta motivazionale è inevitabilmente mortificata, inclinata verso la fine della vita. Il ricordo emerge come attivatore di affetti e sensazioni che si reificano nel presente, pur acquisendo una riscrittura diversa, dovuta proprio alla capacità della narrazione di conferire alle cose un senso innovato, trasformato alla luce delle nuove esigenze di vita» (Vianello, 2021). Un esercizio molto importante per tramutare l’energia negativa in positiva. Ricordare aiuta a rimanere vivi, a percepirsi come soggetti ancora attivi nella vita che si consuma, e inevitabilmente continua. La vecchiaia può rivelarsi quindi in realtà anche un periodo produttivo ed emotivamente proficuo non soltanto per il soggetto coinvolto, ma anche per tutti coloro che lo circondano. Studi di neuroimaging dimostrano come l’età senile consenta un maggior controllo emotivo, a sua volta procurato da una minore attivazione dell’amigdala e del sistema limbico, cui fa riscontro una maggiore attività dei lobi frontali, sede dei ragionamenti logici e dei processi decisionali (Martin, Balconi, 2015). L’affettività tende a modificarsi sia quantitativamente sia qualitativamente: in dettaglio si riduce l’intensità soggettiva, rispetto a contenuti che in precedenza suscitavano reazioni intense. L’anziano diventa per questo più accomodante, meno impulsivo e irriflessivo, ma anche meno incline ad un adattamento conformistico. Egli apprezza la propria interiorità, trovando in essa una gratificazione che prima ricercava all’esterno del suo mondo. A fronte di tutte queste considerazioni è molto importante da parte di noi operatori socio sanitari ed assistenziali mantenere alto il tasso di autostima da parte dei pazienti anziani con i quali e per i quali lavoriamo quotidianamente in Rsa. Un punto focale sul quale dobbiamo concentrarci e l’aspetto che in psicologia viene definita “maieutica” ovvero la capacità di “estrarre” dal paziente anziano tutte le capacità residue che possono, se valorizzate, renderlo felice.

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