Il disturbo borderline di personalità e l’importanza dell’osservazione del paziente anziano

Il Disturbo borderline di personalità (DBP) costituisce una patologia altamente prevalente e problematica sul piano del funzionamento personale, lavorativo e sociale. Nonostante questo aspetto negativo, la maggior parte delle nostre conoscenze su questo disturbo provengono da studi su popolazioni di adolescenti e adulti, mentre gli anziani che ne soffrono sono stati per diverso tempo trascurati dalla ricerca e dalla clinica. Ciò può essere in parte ricondotto ad alcuni studi sui disturbi di personalità nel ciclo di vita, come il Collaborative Longitudinal Personality Disoders Study (Gunderson et al., 2000) e il McLean Study of Adult Development (Zanarini et al., 2012), che suggeriscono che i sintomi del DBP tenderebbero a diminuire in quantità e gravità con il passare del tempo. Gli autori hanno ipotizzato diverse spiegazioni per questi dati: è possibile che siano dovuti ad effetti di maturazione, per cui i sintomi si allevierebbero naturalmente. Altri ancora affermano che il relativo isolamento che spesso accompagna la terza età porterebbe ad evitare situazioni interpersonali in cui le difficoltà delle persone con disturbi borderline di personalità spesso si manifestano. Dobbiamo considerare che la  prevalenza dei Disturbi di Personalità nei anziani si aggira intorno al 10% (ad esempio, Amad et al., 2013), per cui è ragionevole pensare che in una significativa percentuale di individui i sintomi problematici persistano e continuino ad avere un impatto fortemente disabilitante. Tutti questi disturbi nel paziente anziano possono poi essere acuiti dalla maggiore presenza di affettività negativa e cronici sentimenti di vuoto, che spesso si manifestano sotto forma di comorbidità con la depressione, un altro disturbo spesso non riconosciuto negli anziani o confuso con sintomi di demenza. Inoltre da una statistica pubblicata negli Stati Uniti nel 2011 risulta che nei pazienti anziani affetti da disturbi di personalità c’è una minore frequenza di comportamenti suicidari, ma maggiore presenza di tentativi di suicidio fatali. Infatti, alcuni dati mostrano che ben il 44% degli anziani suicidi avrebbe un disturbo di personalità. Da tutta questa analisi emerge la necessità da parte di tutti gli operatori socio sanitari che lavorano in Rsa a stretto contatto quotidiano con i pazienti anziani di praticare con assoluta attenzione la pratica dell’osservazione. Molti di noi non hanno le capacità professionali per sbilanciarsi in diagnosi ma il cambio di comportamento di un anziano può avere parecchi risvolti non sempre legati a deficit cognitivi e/o demenze senili. Perciò è importante segnalare ai sanitari i cambi di umore e comportamentali anche minimi rispetto all’ordinarietà. Il team di lavoro è fondamentale in queste fasi molto di più di quello che possano pensare gli operatori stessi.

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