Non lasciare il paziente anziano per troppo tempo in preda ai suoi pensieri

Parlando di invecchiamento ed aspetti psicologici, con il passare degli anni generalmente si evidenzia un’accentuazione delle caratteristiche di personalità: il comportamento si fa più rigido, talvolta caratterizzato da ostilità, rancore, facile suscettibilità e diffidenza. Molto meno si osserva una moderazione dei tratti caratteriali, con atteggiamenti connotati da pacatezza, maggiore tolleranza, distacco dalle convenzioni. La senescenza induce anche una diversa percezione del tempo, prevalendo una dilatazione del passato, una imposizione del presente e una forte limitazione del futuro. Il passato è vissuto come rifugio ideativo ed affettivo che, però, può anche indurre sofferenza, in quanto fonte di rimorsi e rimpianti. La percezione limitata del futuro condiziona il significato attribuito alla speranza, che assume valenze sempre più vaghe, sfumate e basate soprattutto su bisogni immediati e concreti. Tutte queste modificazioni possono unirsi in una miscela negativa che comporta il progressivo declino delle caratteristiche e abilità residue. Un fattore fondamentale per contrastare questo quadro involutivo è la stimolazione e dell’esercizio.  L’esercizio può essere sia fisico che mentale. Importante sotto questo punto di vista da parte degli operatori socio sanitari, dell’educatore, della fisioterapista, degli infermieri e di chi opera a stretto contatto con i pazienti di una Rsa, è il motivarli costantemente. Lasciarli per troppo tempo in “quiescenza” magari seduti su una poltrona (o divanetto) a rimuginare sui loro malanni, vittime dei loro pensieri negativi davanti ad una televisione accesa e con la testa abbassata o con il loro sguardo assente rivolto all’infinito, non è pratica positiva. È giusto, ovviamente che gli anziani vedano per un po’ di tempo un loro programma televisivo preferito, ma non in maniera eccessiva perché così si alimenta l’indolenza e la depressione.  Lo stesso principio vale a qualsiasi età. Già dopo i 65 anni e prima dei 75, circa la metà delle persone convive con una patologia cronica (malattie cardiovascolari, respiratorie, neoplasiche, metaboliche) e la percentuale sale ulteriormente col progredire dell’età. «I confini tra ciò che è fisiologico e ciò che è patologico non sono sempre netti, ma costituiti da un’ampia zona di disagio, di situazioni di instabilità che si alternano a momenti di apparente benessere» (fonte psicologiacontemporanea.it). Se poi una patologia si manifesta in modo sfumato, magari integrata nell’assetto esistenziale senile, può essere facilmente sottostimata e interpretata come prevedibile modalità di essere dell’anziano. Come abbiamo avuto modo di sottolineare in diverse circostanze, una vecchiaia patologica è segnata da compromissioni funzionali e di personalità più o meno gravi, con limitazioni delle capacità adattative della persona, che si trova in una condizione esistenziale nuova, in cui si modificano i rapporti con l’ambiente, con il corpo, con il mondo.

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