Il rapporto tra invecchiamento e salute mentale non va mai banalizzato

Il rapporto tra invecchiamento e salute mentale è delicato e sfaccettato. In un recente servizio molto dettagliato il quotidiano economico “Il Sole 24 ore” parla in primis dei “bias”, ovvero dei pregiudizi che colpiscono le persone anziane. Molto spesso, queste vengono infatti quasi rese infantili o, peggio, sono vittime di comportamenti sprezzanti, che minimizzano i loro bisogni e vissuti emotivi. È frequente, inoltre, che le loro difficoltà e il loro malessere vengano ricondotti all’invecchiamento, senza essere accolti, ascoltati e osservati attraverso una lente diversa. In un contesto di questo tipo, diventa pertanto difficile riconoscere e legittimare la sofferenza psicologica di chi sta invecchiando. Anche per chi è il parente del paziente anziano o fa parte del personale sanitario che se ne prende cura. La nostra società è infatti vittima di quello che viene definito ageismo (dall’inglese “ageism”), ossia la discriminazione nei confronti di una persona in base all’età. All’interno di questo fenomeno, troviamo l’ageismo interiorizzato, che porta a credere che i problemi di salute, piuttosto che la solitudine o vissuti depressivi, siano normali manifestazioni dell’invecchiamento. Una ricerca americana del 2019 ha messo in evidenza la correlazione tra l’ageismo interiorizzato e la probabilità che le persone riferiscano uno stato di salute fisico e mentale scarso. I partecipanti all’indagine che ritenevano che i loro problemi di salute fossero parte normale del loro invecchiamento, avevano una possibilità di più di due volte maggiore di riferire uno stato di malessere psicologico. Una profezia che si auto avvera e che porta l’anziano non solo ad adeguarsi all’immagine negativa che gli si associa, conducendo stili di vita poco salutari e sedentari, ma anche tendenti a sviluppare un sentimento di rassegnazione e impotenza. Uno studio ha addirittura stimato che negli Stati Uniti l’ageismo percepito sia la concausa di 17 milioni di casi di malattia in un anno, per un costo complessivo di 63 milioni di dollari. Abbiamo bisogno di una ridefinizione dell’anziano, di cambiare il modo in cui l’invecchiamento venga percepito come una fase importante della vita. Una società nella quale il concetto di “anziano” diventi sempre più ricco di visioni. Nella quale vi sono persone che – nonostante abbiano la stessa età – vivono vite ed esperienze profondamente diverse. In virtù del loro stato di salute, delle loro condizioni socio-economiche e della vita che hanno attraversato. Solo grazie a un approccio accogliente, che riconosce i bisogni della persona ancor prima della sua età, possiamo infatti pensare di intervenire in maniera efficace per preservare e promuovere la salute mentale.

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