
Sappiamo molto bene che gli anziani si trovano a vivere un periodo particolarmente delicato della propria vita. Nel corso della loro esistenza hanno attraversato momenti di difficoltà, nell’arco di un’esistenza improntata al lavoro ed ai doveri: soprattutto per questo, ha ricoperto un ruolo nella società e condotto uno stile attivo e dinamico. Nella fase della sua anzianità, il soggetto si trova ad affrontare una realtà differente, sia dal punto di vista delle relazioni sociali, che delle sue capacità fisiche e cognitive. Nel definire un anziano spesso capita di imbattersi nella frase “è tornato bambino”, perché le sue attenzioni sono rivolte, in larga parte, nei confronti di se stesso e dei suoi bisogni. In realtà è solo in questo tratto che si può comparare la condizione di anziano con una regressione ad atteggiamenti infantili. La persona con un’età più che matura, in questa parte della sua vita, ha necessità differenti rispetto a quelle di un adulto. In un certo senso, non ha più l’obbligo di dimostrare quanto vale, la sua capacità di produrre, guadagnare o costruire: ed è proprio in questo periodo della sua esistenza che si concentra sulla sua esclusiva realtà. «Anche nelle migliori condizioni, gli anziani sono soggetti ad acciacchi, malattie, patologie più o meno degenerative, che li costringono, per ragioni oggettive, ad occuparsi maggiormente di sé: devono fare i conti con i propri limiti in modo molto più stringente di quanto non lo faccia un adulto, che si trovi in condizioni di salute normali». (Fonte centaurusreteitalia.it). Numerosi studi che riguardano la psicologia comportamentale delle persone anziane evidenziano come, in questa fase della loro vita manifestano un aumento dell’ostinazione e caparbietà nei confronti dell’altro, e tendano a dire di no a prescindere, soprattutto nella fase in cui usa la negazione come strumento di affermazione dal genitore adulto. Da questo punto di vista, può risultare particolarmente difficile ragionare con una persona anziana. Relazionarsi un anziano che diventa bambino ha, in un certo senso, le sue regole. Chiaramente, molto dipende dalla vita che ha vissuto la persona fino allo stato attuale ma, chi si relaziona con un ottuagenario, deve essere consapevole che occorre porre al centro del rapporto le sue esigenze ed attivarsi, per quanto possibile, per la loro soddisfazione. L’anziano ha bisogno di raccontare la propria vita, esporre il suo pensiero, senza l’utilizzo di filtri (proprio come farebbe un bambino). «Non bisogna offendersi od essere permalosi, poiché avrebbe un effetto controproducente: la persona anziana si sentirebbe rifiutata e potrebbe chiudersi in sé stessa, pensando che a nessuno interessa il suo punto di vista. Al di là del fatto che le esperienze di una persona che ha vissuto una vita intera possono risultare utili ed interessanti, è importante far percepire l’interesse a questi racconti. Gli anziani hanno bisogno di essere valorizzati, perché vivono un periodo della sua esistenza in cui è ritirata dalla vita sociale che attiene al lavoro, alla gestione delle dinamiche familiari ed, in generale, dai doveri della vita quotidiana e relazionale di un soggetto adulto. Non solo: l’anziano sa che non può più contare sulle proprie energie, e che ha bisogno degli altri, spesso per compiere i gesti più elementari» (Fonte centaurusreteitalia.it). In questo senso, scatta un meccanismo di paura e diffidenza: l’anziano, spesso, tende a voler dimostrare che è ancora in grado di essere autosufficiente, proprio come farebbe un bambino che vuole affrancarsi dall’aiuto materno.